Alessandro Diegoli

Incontro Alessandro Diegoli a Milano. E’ da poco trascorso Natale, quello del 2020, la città è vuota lungo i Navigli abituati a vederli vivaci e attivi. Camminiamo e chiacchieriamo sulla Radio, nello specifico Radio Pop, sulla comunicazione di oggi e i sogni (tanti) che hanno attraversato la nota emittente radiofonica e quelli che verranno.

Ciao Alessandro, come è cominciata la tua carriera a Radio Popolare?

Ho iniziato come ascoltatore nel 1999. Una sera d’estate, al telefono con un mio amico, ci chiedevamo cosa fare quella sera e lui propose di partecipare a una trasmissione-gioco in giro per la città in bicicletta. Diventai quasi subito amico del conduttore, Cristiano Valli, e del manipolo di squinternati partecipanti (in senso buono) più affezionati a quell’appuntamento, che si rivelò settimanale. Insieme ad alcuni di loro diventai di lì a poco collaboratore volontario e l’anno dopo collaboratore vero, cioè retribuito.

Cosa ne pensi della radio in questo momento? Com’era, Com’è e verso quale direzione sta andando? 

Il mezzo radio è il media che forse più di qualunque altro è rimasto fedele a se stesso, nel tempo. Ci sono state evoluzioni tecnologiche enormi, ma il modo di andare in onda è più o meno lo stesso da decenni e anche i format non sono invecchiati. La radio “impegna” solo l’udito e quindi ti permette di fare altre cose, mentre ascolti una trasmissione, della musica o un notiziario. Il passaggio graduale dall’emissione via etere a quella via web ha ampliato alla grande la possibilità di creare contenuti audio, si pensi per esempio al podcast, ma ascoltare un programma in diretta crea una sintonia unica tra ascoltatore e conduttore, anche quando hai le cuffie o sei in macchina per i fatti tuoi. Perciò credo che la direzione sia una prosecuzione della strada fatta fin qua, resa più fruttuosa dal progresso tecnologico. Forse è una visione ottimistica e romantica, ma sono un radio-entusiasta!

Radio Popolare è una radio storica a Milano. La sua vocazione è essere libera ed indipendente. Cosa vuol dire? 

Da un punto di vista “interno” vuol dire che i lavoratori di Radio Pop decidono del loro futuro perché sono editori di loro stessi: l’azionista di maggioranza infatti è la cooperativa dei lavoratori e ex lavoratori della radio. Per il pubblico vuol dire che non ascolteranno mai uscire da Radio Popolare nemmeno una sillaba dettata da potentati di qualsiasi tipo: né economici, né politici,

Un tratto caratteristico di Radio popolare è Il Microfono aperto. Che cos’è? 

Il “microfono aperto” è sia un modo di trasmettere che il titolo di una trasmissione storica, nata nei primi tempi della fondazione della radio, nel 1976. Significa che gli ascoltatori possono intervenire in diretta senza filtri, per raccontare la propria esperienza o dare la propria opinione, quando il conduttore li chiama in causa. È uno strumento formidabile di scambio di idee e allo stesso tempo delinea in maniera inconfondibile “il suono” di Radio Popolare: nessuna altra radio da spazio in questo modo ai propri ascoltatori.

Radio Popolare sostiene di dare voce a chi non ne ha. Chi parla oggi a Radio Popolare?

A Radio Popolare parlano tutti, possono parlare tutti, da sempre. Nelle varie stagioni di questo quasi mezzo secolo di storia hanno avuto sempre spazio le categorie che, per l’appunto, non avevano voce sugli altri media: negli anni ’70 e ’80 gli operai e i loro consigli di fabbrica o il movimento omosessuale milanese, negli anni 90 e più recentemente i precari o i migranti. Solo per citare alcuni gruppi rappresentativi. Si tratta in generale di tutte quelle persone che per usare un’espressione un po’ desueta sarebbero “classi subalterne” e che invece costituiscono la base della nostra società.

Navigli, Milano. Intervista per Lev di Alessandro Diegoli.

Mi ricordo gli eventi di Radio Pop in città. I raduni, le lotte, gli abbonamenti. Ora mancano ancora di più. Sono ancora importanti, lo saranno o ormai la nostra vita è concepita a distanza?

Il 2020 è stato un anno di radio a distanza, di sicuro. La sede di via Ollearo a Milano, che di solito è un gran viavai di ospiti e ascoltatori, da febbraio 2020 è accessibile solo ai lavoratori. Anch’io ho cominciato ad andare in onda spesso da casa (la tecnologia aiuta tantissimo e consente una resa favolosa, se si pensa che basta un computer e un microfono per fare quello che fino a qualche tempo fa necessitava di uno studio professionale). Ma questa è solo una parentesi. Gli eventi fisici sono ancora importantissimi e lo saranno sempre. È nel dna di Radio Popolare.

Raccontami di un personaggio di Radio popolare o un aneddoto dietro le quinte

Mi ricordo sempre con piacere di un incontro fatto nei miei primi mesi di collaborazione. Facevo una trasmissione il sabato pomeriggio e andavo in radio il giorno prima per prepararla. Generalmente arrivavo attorno all’ora di pranzo e quel venerdì, entrando, trovai la redazione completamente vuota, ma disseminata dei resti evidenti di un festeggiamento. Piatti e avanzi ovunque. Poi a un certo punto mi accorsi che l’unica persona che c’era, oltre a me, era un tipo piuttosto “peculiare” vestito con un completo gessato e un cappello a tesa larga, che faceva il giro delle scrivanie bevendosi i bicchieri di spumante avanzati: era Tonino Carotone, il cantante! Conservo ancora la foto che facemmo insieme, lui elegantissimo, io inguardabile!

tonino carotone photo
Photo by Bossanostra

Come sono gli ascoltatori di oggi? 

Sempre appassionati e pronti a partecipare, ma, rispetto al passato, un po’ in là con gli anni. Il vero problema dell’ascolto di Radio Popolare è la fatica nel ricambio generazionale. Sono tantissimi gli ascoltatori che sono rimasti fedeli dall’inizio e oggi hanno passato i 70, se non gli 80 anni. Non che non ci siano ascoltatori giovani, ci sono, ma l’età media (che già per la radio in generale coincide con un’età “matura”) per Radio Pop è ancora più alta. Di certo gioca a nostro sfavore la sempre meno comune militanza politica, che almeno per tutti gli anni ’80 è  stata il vero carburante di una radio apertamente di sinistra. Anni di grande individualismo come gli ultimi decenni hanno frenato l’afflusso di nuovi ascoltatori.

Che rapporto hai costruito con i tuoi ascoltatori? 

Potrei definire i “miei” ascoltatori come dei compagni di liceo. C’è molta goliardia alla base di un rapporto che, certo, è mediato, ma è pure molto schietto, anche perché io non faccio il misterioso, rispetto a quello che penso o faccio. Proprio come compagni di scuola a volte si litiga, molto si ride e ci si erudisce a vicenda: sai quante volte sono gli ascoltatori che mi fanno conoscere un gruppo musicale e non viceversa?

Quali sono le qualità di uno speaker che contano di più? 

Su tutte direi due: empatia, perché ci sono migliaia di persone che pendono dalle tue labbra, quando sei in onda, e se li sai ascoltare il valore aggiunto è inestimabile. E l’altra è il sangue freddo, perché qualcosa può sempre andare storto (una canzone che non parte, una telefonata che cade, un computer che si blocca…) e bisogna mantenere sempre il controllo, dando l’idea che la trasmissione stia filando via liscia.

Qual’ è stato il consiglio migliore che hai ricevuto nella tua carriera? 

Quando stai conducendo una trasmissione il tuo cervello deve essere due mosse avanti rispetto a quello che stai dicendo.

Che rapporto ha la radio con i social? I social possono danneggiare o favorire un’emittente radiofonica? 

Ho un rapporto strettissimo, anche perché oltre a fare il conduttore, faccio il social media manager! Radio Popolare è stata per tanti versi un social network ante litteram, per esempio quando la trasmissione “Corrispondenze Operaie” metteva in comunicazione tra di loro i consigli di fabbrica durante la stagione degli scioperi a cavallo tra gli anni ’70 e ’80: lavoratori e sindacalisti si parlavano tra di loro durante i microfoni aperti e il conduttore era una specie di “algoritmo umano” (per usare un’espressione moderna) che permetteva loro di scambiarsi idee e opinioni. Perciò credo che, i social siano una risorsa fantastica, se ben governati e interpretati: il rumore di fondo che ne fuoriesce è assordante, ma se si ascolta bene, si possono tirare fuori elementi preziosi e arricchenti.

Il consiglio che daresti tu ad un giovane che sogna di diventare uno speaker? 

Ascolta molta radio, ascolta molti podcast, sii curioso/a e, per lo meno all’inizio, non focalizzarti solo su quello che ti piace, perché potresti scoprire che un argomento che non hai mai preso in considerazione invece diventerà la materia su cui costruirai una carriera. E poi studia un po’ di dizione: non è obbligatorio parlare come un doppiatore, ma avere un bagaglio “teorico” aiuta molto.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? 

Continuare a fare trasmissioni di intrattenimento, che divertano gli ascoltatori, ma pure me stesso. E poi ampliare la presenza di Radio Popolare sul digitale, sia dal punto di vista editoriale che da quello finanziario, perché il modello di business qui è basato sul sostegno degli ascoltatori, altro unicum di cui un po’ ci vantiamo, e il digital è un canale formidabile per la raccolta fondi, ce ne siamo accorti una volta di più nell’anno della pandemia e del “tutti a casa”.

Hai qualcos’altro da aggiungere sulla radio e sul mondo della conduzione radiofonica che non ti abbiamo chiesto?

Credo che sia tutto, ma voglio aggiungere un pensiero per sottolineare quanto sono importanti quei luoghi che ti permettono di “rallentare” e sottrarti al bombardamento mediatico tipico del terzo millennio. Ecco, penso che la radio in generale (e Radio Popolare in particolare) sia un posto dove tutti possiamo costruirci la nostra stanzetta del relax e della riflessione, coi tempi che decidiamo noi. Ma non è esclusiva della radio: vanno sostenuti  tutti quei contesti editoriali, come Lev per esempio, dove la parola d’ordine non è velocità.

Intervista a cura di Paola Cazzaniga
Servizio fotografico di Paola Cazzaniga

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