Bonaria Manca

Bonaria Manca

Bonaria Manca è nata nel 1925 a Orune, in Sardegna.

Quando la incontro, nel dicembre del 2016, è una donna di oltre novant’anni che da decenni vive a Tuscania, nel Viterbese, ma l’impronta del territorio della sua nascita si ritrova nei tratti del suo volto e nella ribellione che illumina lo sguardo.

I suoi occhi non hanno ubbidito al tempo come al resto del corpo è toccato fare: ubbidire è una parola che Bonaria ha poco amato, anche se lunga è stata l’attesa per indossare davvero la parola libertà.

Dodicesima di tredici figli era cresciuta come ci si aspettava da una ragazza di quel tempo, collaborando ai lavori domestici e adattandosi ai confini del perimetro famigliare. Non le era nemmeno consentito di portare le pecore al pascolo, anche se avrebbe amato gli spazi aperti e gli elementi della natura arcaici e incontaminati che sarebbero poi diventati preponderanti nelle sue opere.

Bonaria ricorda che la sua immaginazione era potente già da bambina, ma non si sarebbe mai sognata di diventare – un giorno – ambasciatrice dell’Unesco né di ricevere il Premio Internazionale “Standout woman award” – destinato a donne che si contraddistinguono per coraggio, competenze, sensibilità, determinazione e che costituiscono esempi per altre persone.

Foto di Paola Cazzaniga

Ovviamente era impossibile anche immaginare che Jean-Marie Drot, ex direttore dell’Accademia di Francia, l’avrebbe definita mistica cugina imprevista di Marc Chagall, e che la regista francese Marie Famulicki avrebbe girato un documentario su di lei: riconosciuta rappresentante del mondo di arte outsider e naïf.

Quel che sapeva, nel tempo della sua adolescenza, era che le sue giornate si dipanavano tra la preparazione dei pasti per i suoi fratelli, i panni da lavare, e l’attenzione a non compiere azioni disdicevoli per una donna. Considerando tuttavia che era ritenuto poco opportuno persino cantare ad alta voce, possiamo immaginare come poteva essere giudicato parlare con un ragazzo. Per un tale azzardo, era legittimo che un padre o un fratello colpissero la colpevole con schiaffi o pugni sui quali nessuno avrebbe avuto nulla da ridire.

Tra i ventitré e i trent’anni Bonaria, insieme alla famiglia, si trasferì da Orune a Tuscania. Traslocare, andare altrove, fu un cambiamento che le permise di dare il diritto di esistere all’altrove dentro di sé, a qualcosa che era rimasto nascosto in una gestazione sotterranea.

Perché non avrei dovuto avere la mia parte di divertimento? Prima sono sempre stata a casa zitta zitta, ubbidendo e ascoltando, adesso invece mi diverto e parlo con chi voglio!

C’è un prima e un dopo, e in quel dopo Bonaria inizia a sperimentare gesti da donna libera.

Libertà era portare al pascolo le pecore, anche se nella Tuscania degli anni Cinquanta era comunque inconsueto.

Libertà era andare a cavallo e a ogni sobbalzo assaporare la sensazione di tenere in mano le redini della propria vita. Libertà era guidare una motocicletta, dipingerla e intitolare l’opera: La Spregiudicata.
Dipingerla con l’energia della ribellione, della sfida, e la rottura della compiacenza.

Monta a cavallo Bonaria, e guida una moto: erano gli anni ’50, possiamo forse stupirci di quanto abbia dovuto fare i conti con i limiti ristretti per ogni donna e la condanna del suo stile di vita? E il titolo dell’opera non è forse altro che l’eco delle parole che sussurravano al suo passaggio? Lo sguardo stupito di chi osservava la sua vita controcorrente? L’invidia di tutti coloro che preferivano denigrare e giudicare invece di entrare nel flusso della vita?

Con i rischi che comporta, e il coraggio che richiede, entrare nella vita.

Il cancello della casa, a Tuscania, si apre su un giardino e gli scalini coperti da foglie umide conducono all’ingresso dal quale si possono intravedere le forme e i colori che caratterizzano le opere di Bonaria Manca.

C’era stato un tempo nel quale aveva pensato che se era così brava, come le dicevano, nell’arte appresa da bambina di abbinare i colori per le coperte che tesseva, e i tessuti che ricamava, avrebbe potuto forse esserlo anche con i colori per dipingere.

Provò. Nell’arco di pochi anni aveva attraversato la separazione dal marito e la morte del fratello e della madre.

Aveva inoltre superato i cinquant’anni: mezzo secolo, tempo di bilanci feroci. Durante il trascorrere dei decenni aveva appreso che possedeva tanta forza e che sentiva troppo dolore e che bisognava trovare un posto a quella forza e attutire quel dolore. Bisognava cominciare a raccontare una storia, la sua storia.

I muri della sua casa sembravano essere un buon luogo per scriverla. Iniziò.

Dipinge Bonaria. Dipinge giorno dopo giorno, anno dopo anno, stanza dopo stanza; riempie di simboli la casa che oggi è Casa Museo, tutelata dal Ministero dei Beni Culturali. Dipinge per rendere immortale chi se ne è andato, per ricordare ciò che è accaduto. Dipinge per stemperare il dolore, dare forma alla vita, allentare la solitudine. Dipinge per trovare un posto alla rabbia, per contenere la paura e coltivare la speranza. Crea per gettare dei ponti tra passato e futuro, tra la Sardegna e Tuscania.

Illumina una parete della camera da letto l’arazzo che raffigura la sua adolescenza: un punto dopo l’altro senza alcuna traccia che possa guidare il ricamo del paesaggio rappresentato, la forma è nata seguendo il filo della memoria perché le tracce possono essere gabbie, e Bonaria detesta essere rinchiusa. Nemmeno femminista vuole essere definita: anche quella – sottolinea – è una parola che può rinchiudere. Lo dice forte e chiaro in quel pomeriggio di dicembre durante il quale mi dona il suo tempo e i suoi ricordi: il volto incorniciato da un tessuto colorato e ribelle e il ritmo delle parole caute dei suoi novantuno anni che all’improvviso si accendono di un fuoco antico.

Ha fede Bonaria, in Dio e nelle pietre che raccoglie e che compone in mosaici che danno concretezza alle sue visioni, ha fede nella vita, e nelle sue ombre. Le sue opere, dopo la prima mostra a Roma nel 1983, hanno raggiunto musei e collezioni private di diversi paesi europei. Non credo se ne sia mai curata molto. C’è un autentico stupore nelle sue parole verso l’interesse che richiama la sua arte.

Non so neanche io come ho fatto. Ho incominciato a pasticciare. Ma che ne sapevo di pittura? Non sono mai stata in un museo. É un dono che Dio mi ha voluto fare, non sono andata a cercarlo.

Bonaria ha attraversato la sua vita sfidando le convenzioni, affidandosi alla sua natura selvatica: a tratti inquietante, più spesso salvifica. Una donna immersa nel mistero della sua arte attraverso la quale ha tenacemente cucito gli orli slabbrati del quotidiano.

Testo di Marilde Trinchero
Sito ufficiale: https://www.bonariamanca.it/
Foto di Paola Cazzaniga
Opere di Marilde Trinchero
Video in cover: La serenité sans carburant (extrait) de Marie Famulicki, 2004, 52′, France 3 corse. 
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Valentina card