Jeff Buckley, il canto del silenzio

Da quando vivo a Milano ho cambiato tre case. Tre significa tre stanze, tre letti e tre pareti a cui appendere la propria carta di identità. Non ho mai cambiato la disposizione. C’è una foto che ha scattato mio nonno di Stonehenge, appesa sopra il comodino, a sinistra della mia testa; a destra, più in basso, un volantino di una mostra della Magnum Photos con James Dean che cammina sotto la pioggia di Times Square. C’è una stampa di qualcuno di cui non ricordo mai il nome, sulla parete alla mia sinistra. L’ho sempre portata con me. É stropicciata, ma ci sono affezionato. Poi compare il collo lungo e gli occhi vuoti di una donna di Modigliani, su una carta ruvida che invece non mi è mai piaciuta.

La foto di una barca, piccola piccola. Un regalo di una amica. Dietro scritto a penna dice:

14 febbraio 2017

  E’ una barca che anela al mare
eppure (non) lo teme.
Julien.

Un po’ distante dal resto ci sono, in bianco e nero, quattro ragazzi. Si sono messi in posa, su un marciapiede. Alle loro spalle compaiono le case e lo stradone che prosegue. Sono tutti appoggiati alla figura in centro. Di tutti e quattro però sembra la più fragile. Che stranezza penso. Più piccolo, con lo sguardo sospeso. Loro, intorno, provano ad abbozzare un sorriso.

Il ragazzo al centro è Jeff Buckley. Tutte le immagini che mi vengono in mente di lui, di quel viso, portano una traccia di quella malinconia. Non comune.

Foto di Sebastiano Colaluce

Di quella tristezza viscerale che solo pochi hanno. Non riescono a nasconderla perché li abita a tal punto che sommerge persino chi incontra il loro sguardo. Pregheresti per averla. Un’onestà che imbarazza.

Ieri sera ho incrociato quello sguardo e ho pensato che sono tre case, tre pareti e tre letti che mi sta di fianco in silenzio mentre dormo. Quando compì 18 anni i miei amici mi regalarono il vinile di Grace. Fu pubblicato nel 1994. Sette brani inediti e tre cover. Ricordo che ascoltandolo pensavo che fossero tutte preghiere. La sua voce era silenzio, lo imponeva. Lasciavo girare il vinile, volevo che ricominciasse. Non c’era noia.

Sospiro.
Penso alle tragedie greche. Al fatto che sia tutto legato alla vista.

Jeff, nel maggio del 1997, mentre andava in studio di registrazione chiese all’autista di poter fare un bagno del Wolf River, un affluente del fiume Mississippi. Si immerse senza togliersi i vestiti. Nuotò una bracciata dietro l’altra. Nuotava e cantava un ritornello di una canzone di una delle sue band preferite, i Led Zeppelin. Un battello passò senza vederlo, creando un gorgo d’acqua che lo prese con sé e non lo lasciò ritornare più. Mi avvicino a quello sguardo prima di addormentarmi. Ripenso alle parole di una sua canzone:

Sometimes a man gets carried away,
When he feels like he should be having his fun
Much too blind to see the damage he’s done 

I tre ragazzi accanto a lui ora sembrano allontanarsi. Sono mille miglia da lui. Se ne vanno. Gli sono accanto, ma lui è solo. Sono miglia di solitudine, non c’è più nessuno. Quello stradone è deserto. 

Dove andate? Via? 

E gli occhi del mio eroe tragico, quel cavaliere della malinconia che ora dorme sul letto della riva, si chiudono.

Occhi così ciechi, così belli. La mano vorrebbe la guancia per una penultima carezza.

Mi culla quel respiro, quello prima di riscrivere per sempre l’Hallelujah.

Dormi
mi dice

Dormi
gli dico io,
rimango ancora un poco

Si ferma una lacrima lì, tra la guancia e la riva.

Testo di Sebastiano Colaluce
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