Miriam Camerini

Miriam Camerini è nata a Gerusalemme e vive a Milano da sempre.
Mi accoglie nella sua casa ricca di libri e cappelli.
E’ una regista teatrale, una cantante ed un’attrice. Il motivo per cui vado a trovarla non racconta di questa parte di vita, ma dell’altra.

Miriam sta studiando per diventare rabbino alla scuola Har’El di Gerusalemme, fra le prime al mondo a formare rabbini donna fra gli ebrei ortodossi.

Sei nata a Gerusalemme, ma vivi a Milano da sempre. La comunità ebraica ci appare lontana e ci chiediamo spesso come vivete.

A Roma alcuni ebrei dicono siamo qui da duemila anni. È considerata una delle prime diaspore ebraiche al mondo. Sono stati fra i primi a lasciare la terra di Israele. Ai tempi di Orazio c’erano ebrei a Roma. Poi hanno avuto il ghetto per trecento anni nel 1555 fino al 1870, poveri ma sempre insieme. Sono rimasti molto radicati.
Milano è l’opposto. E’ una storia di 150 anni. Infatti non c’è un ghetto o una antica comunità ebraica.
C’erano molte comunità tra la Lombardia e L’Emilia, ma a Milano non c’era quasi nessuno.
Via via che Milano è cresciuta industrialmente hanno cominciato a confluire dai dintorni per questioni lavorative. La famiglia di mia nonna veniva da Ancona e da Firenze ad esempio.

Si parla molto di comunità ortodosse, cosa sono?

L’ebraismo non si basa sull’ortodossia, sul credere, nessuno ti dice in cosa devi credere o no, casomai sulla pratica. Infatti il termine ortodosso non vuol dire molto nonostante alcune comunità siano definite cosi, casomai sono ultrapraticanti perché seguono in modo molto più meticoloso i precetti dell’ebraismo.

Mi puoi fare un esempio?

Molto è legato al cibo ad esempio. [Miriam ha pubblicato un libro in cui scrive del rapporto tra cibo e norme religiose] Io mangio Kasher con carne che sia macellata secondo le regole ebraiche e non mangio alcuni tipi di carne. Le comunità ortodosse si spingono oltre. Non mangerebbero niente che sia stato cotto in una pentola in cui ieri è stato cotto cibo non kasher. La gradazione è infinita perché le regole sono tante. Gli appartenenti al mondo dell’ ultraortodossia vengono definiti i tremanti: termine che viene dal verbo Harad ossia tremare, appunto. E’ un tremare di fronte a Dio, per questo in ebraico si chiama haredì.

Miriam, dove stai in questo complesso sistema che vede molti modi di essere ebreo?

Io vivo in una comunità ebraica molto mista dove sono cresciuta. Abitata sia da questo ebraismo rigoroso, ma anche da altro.
La mia famiglia è composta da ebrei italiani e sono una minoranza. Molti vengono dai paesi islamici, come gli ebrei persani che sono scappati dalla rivoluzione khomeinista. Negli anni novanta frequentavo la scuola ebraica di Milano e metà dei miei compagni venivano dall’Iran ad esempio. Loro le vacanze le facevano a Tel Aviv dai nonni o a New York, io a Levanto dai miei di nonni. C’era sempre questo sentimento di essere forse poco radicata sul territorio.
Vivevo a Pagano e tutte le mattine andavo in macchina fino a Bande Nere dove c’era la scuola ebraica. Anche questo tratto di strada, che univa due quartieri milanesi così diversi, sottolineava questo sentimento. Ci è voluto del tempo per appropriarmi di Milano come mia città.

Parlami di questa scuola che stai frequentando per diventare rabbino.

La scuola si chiama Har’El di Gerusalemme e significa Monte di dio. È stata aperta da un rabbino americano. È un ebraismo ortodosso ma moderno, un po’ come sono gli ebrei di New York.
Soprattutto sono sionisti a differenza delle comunità ultraortodosse che ti raccontavo poc’anzi, che per la maggioranza non lo sono: Israele – per alcuni di loro – potrà esistere solo quando verrà un Messia, non può esistere l’idea che siano degli esseri umani a fare uno Stato.
Io sono nata a Gerusalemme, ma i miei sono venuti in Italia appena dopo la mia nascita – mia sorella è nata qua – per stare vicino ai nonni. A quel tempo poi non era facile vivere in Israele, c’era la guerra in Libano e mio padre era riservista.
In realtà questa scuola è composta da un piccolo gruppo di studio misto e questo non dico sia rivoluzionario, ma inconsueto senz’altro. A Gerusalemme ci sono tanti laboratori di sperimentazione ed è già capitato di studiare il Talmud tra uomini e donne.
La svolta è stata quando, ad un certo punto, questo gruppo di studio, nato in un appartamento nel 2016, ha stabilito che oltre a studiare il Talmud avrebbe poi proseguito sostenendo gli esami per diventare rabbino.
Le donne a quel punto hanno detto, molto semplicemente: “Allora anche noi”.

Il rabbino cosa ha risposto?

Perché no.

Un rabbino è come un prete?

Assolutamente no. Il rabbino non è una persona ordinata che ha preso dei voti. È più un titolo di studio e riguarda tutto l’aspetto normativo del Talmud. Studia la Legge.
La scuola dura tre anni. Nel primo si studia come osservare la giornata di riposo che è il sabato, il secondo è dedicato all’alimentazione e il terzo è sul discorso della purità famigliare.

Che cos’è la purità famigliare?

Per esempio: durante il ciclo mestruale della donna – quest’anno sto studiando proprio questo – marito e moglie non possono avere rapporti e per questa ragione è vietato loro anche dormire nello stesso letto, così come avere alcun contatto fisico: è un meccanismo tipico della normativa della ebraica: allargare il cerchio delle proibizioni per proteggere il cuore del divieto. Trascorsi un certo numero di giorni, quando il suo ciclo si interromperà e dopo l’immersione nel bagno rituale, la coppia potrà riunirsi.

Perché hai iniziato questo percorso di studi?

Io fin da piccola volevo fare teatro e sono cresciuta associando ebraismo e teatro. Ho frequentato le scuole ebraiche, osservavo lo Shabbat, mangiavo Kasher ma mi mancava lo studio dei testi rabbinici che non avevo ancora affrontato così approfonditamente. Io ero un po’ in università, un po’ a teatro, un po’ in Italia, un po’ in Israele, ad un certo punto ho sentito il bisogno di farmi interprete io stessa dei precetti della cultura in cui ero cresciuta. Viverla in modo meno passivo.

Una volta concluso il percorso, puoi fare il rabbino a Milano per esempio?

Per ora direi di no.

Se vivi in una comunità ortodossa penso sia più semplice seguire le regole perché in un certo senso tutti seguono quelle regole. Tu sei immersa in una comunità mista, non solo quella ebraica, ma anche quella italiana e laica. Penso sia più difficile trovare un equilibrio ed anche più difficile seguire le stesse regole degli ortodossi.
Come si trova una stabilità o un proprio modo di essere osservanti?

Innanzitutto non voglio seguire le stesse regole degli ultraortodossi.
Per me c’è lo studio per sapere come stanno le cose, andare a Gerusalemme a studiare è stato un passo di grande consapevolezza.
Poi per come sono cresciuta, per me lo Shabbat è fondamentale.
Faccio una cena il venerdì sera dove il venerdì in giornata ho già cucinato anche per il giorno dopo. Il sabato non accendo le luci, non uso il computer, vado in sinagoga, non prendo i mezzi. L’ebraismo ti permettere di trovare un posto dove collocarti.
Ci sono anche gli ebrei laici che non ne vogliono sapere niente.

Hai avuto un fidanzato non ebreo?

Sì, anche se è sempre stato chiaro, fra me e lui, che a un certo punto questo sarebbe stato un problema
Anzi: forse lo è stato sempre.
Era anche il bello della relazione: stare con un uomo tanto diverso. Però non ha funzionato comunque, alla fine.

Abbiamo scelto un nome ebraico o forse è stato lui a scegliere noi: Lev.
Lev significa cuore. Com’è questo cuore?

Il cuore, secondo i testi biblici, è sicuramente il luogo della comprensione. C’è il famoso sogno di Salomone in cui chiede a Dio un cuore capace di comprendere. Il cuore è anche sede dell’intelligenza, oggi si direbbe un’intelligenza emotiva.
Comprendere è una bellissima parola in italiano perché c’è del capire, ma anche del contenere.
In un testo rabbinico c’è una frase che mi piace molto:

non ritenere strana nessuna cosa perché non c’è nessuno che non abbia la sua ora e non c’è niente che non abbia il suo posto.

Essere aperti proprio come diceva Amleto:

ci sono più cose in terra e in cielo di quante né sogni la tua filosofia.

È una prova di grande umiltà non capire e stare.

L’idea di un Re che desideri un cuore per governare la sua terra, mi chiedo chi oggi sarebbe capace di chiederlo.

Grazie Miriam.

 


Fotografie di Paola Cazzaniga
La traccia audio nella cover contiene un Salmo che si canta durante la cena di Pasqua, il sèder di Pesach.
La voce femminile è di Miriam Camerini.

Le attività di Miriam Camerini:

Libro: Ricette e Precetti
Centro Primo Levi: I venerdì e I mercoledì
Molte Fedi di Bergamo: cibo del sabato e feste d’autunno
Radio3: Spettacolo Else Lasker Schüler
Clip musicale: concerto spettacolo Caffè Odessa

Altre storie
Charlie Parker